Il simbolo che rappresenta la Sicilia e che si trova anche al centro del suo stemma ufficiale ha origini molto antiche. Raffigura una testa gorgonica, con i caratteristici serpenti al posto dei capelli, con due ali, sovrapposta a tre gambe piegate (triscele).
L'associazione del simbolo con la Sicilia lo si deve alla particolare configurazione geografica dell'isola, caratterizzata da tre promontori, Pachino, Peloro e Lilibeo.
Enrico Mauceri, illustre studioso della storia dell'arte siciliana, così dice nella sua descrizione della Sicilia, occupandosi di questo specifico problema: "Da questa configurazione a tre vertici venne alla Sicilia antica il nome di Triquetra o Trinacria che diede, forse in epoca ellenistica, quella rappresentazione strana e caratteristica al tempo stesso, di una figura gorgonica a tre gambe, adottata perfino in alcune monete dell'antichità classica, e divenuta poi il simbolo, diremo così, ufficiale dell'isola".
Triscele (triskeles) per i greci, Triquetra per i romani. Gli studiosi sono concordi nell'affermare che si tratta di un antico simbolo religioso orientale, sia che rappresentasse il dio Baal, o il sole, nella sua triplice forma di dio della primavera, dell'estate e dell'inverno, sia che rappresentasse la luna con le gambe talora sostituite da falci lunari. Le sue più antiche manifestazioni documentarie, si trovano in monete di varie città dell'Asia Minore, come Aspendo in Panfilia, Olba in Cilicia, Berrito e Tebe nella Troade, ed in città della Licia, con datazione variabili da VI al IV secolo a.C..
Il simbolo della Trinacria si riscontra altresì nella monetazione di Atene del VI sec. A.C., della Macedonia della stessa epoca, e di Corinto. Nella monetazione della Magna Grecia, il simbolo a tre gambe si riscontra in cinque città e precisamente a Paestum, Elea, Terina, Metaponto e Caulonia. In Sicilia lo troviamo a Siracusa, nella monetazione di Agatocle, per cui giustamente Adolfo Holm ha detto che "Agatocle aveva una speciale predilizione per il simbolo della Triquetra", anche se non si è certi che il signore siracusano adoperasse questo simbolo come suo sigillo personale, come ha congetturato il numismatico inglese G. F. Hill, e la derivazione sarebbe in tal caso punica, per i rapporti che Agatocle ebbe col mondo cartaginese.
In età romana il simbolo perde completamente il suo originario valore religioso, per assumere soltanto quello geografico di emblema della Sicilia. Questo è evidente nella monetazione di Palermo, in cui la trinacria appare col suo aspetto definitivo e cioè con le tre gambe unite da una testa gorgonica adorna di spighe - che ribadisce il concetto della fertilità dell'isola e della Sicilia "granaio di Roma" - con la scritta "PANORMITAN"; e nella monetazione di Entella, di Gela, di Agrigento e di Lipari.
Su un denaro del proconsole Aulo Allieno, del 47 A.C. circa, la Trinacria è unita alla raffigurazione dell'eroe eponimo dell'isola, Trinacro; ma la moneta romana più interessante è quella coniata nel 68 d.C. dal propretore d'Africa L. Clodio Marco, o dai suoi collaboratori in Sicilia, perchè per la prima volta vediamo raffigurata la Trinacria accompagnata dalla scritta SICILIA, cioè il simbolo assieme alla interpretazione, come opportunamente osserva lo Holm.
La Trinacria si riscontra inoltre su altri monumenti e reperti siciliani, quali mattoni timbrati o suggelli di piombo per i tessuti; e, fuori di Sicilia, nell'arte celtica del III sec. A.C., come dimostra il disco argenteo di Manerbio in provincia di Brescia, nella pietra trovata presso la città di Vacca in Numidia, con una dedica fenicia al dio solare Baal; e nella base marmorea trovata a Malta, dove delle raffigurazioni di giovani che portano dei pesci hanno fatto pensare allo Holm che si tratti della luna, piuttosto che del sole, perchè, come sappiamo da Ateneo, soltanto alla dea Ecate - che è una delle personificazioni di Diana Trivia, cioè della luna - venivano sacrificati dei pesci nella religione greca.
Che poi la Trinacria sia simbolo della Sicilia lo troviamo chiaramente indicato dalle antiche pitture vascolari, come quella delle ceramiche gelesi databili al VII sec. A.C., oggi conservate nel museo di Agrigento; e c'è da osservare che, accanto alla tazza con la raprresentazione della Trinacria, è esposto un oscillum con svastica; anch'esso chiara raffigurazione solare, ed anch'esso databile al VII sec. A.C.; e le otto anfore panatenaiche conservate in vari musei di Napoli, Roma e Bruxelles, databili al tempo della spedizione ateniese in Sicilia durante la guerra del Peloponneso ( V sec. A. C. ), recano il simbolo siciliano, chiaramente raffigurato nello scudo di Athena, ed attestante l'interesse che l'Atene periclea portava all'America dell'antichità, quale era ritenuta la Sicilia nel mondo mediterraneo del V sec. A. C.
Queste ultime raffigurazioni vascolari hanno consentito a Biagio Pace di retrodatare di almeno un secolo la comune osservazione che la Trinacria sia stata assunta a simbolo della Sicilia soltanto nel IV sec. A.C., come attesterebbe la monetazione del siracusano Agatocle, che andrebbe posta verso il 317-316 A.C.
Il Pace giustamente osserva: "L'adozione della triscele come episema nello scudo di Atena in alcune anfore panatenaiche, permette di innalzare di circa un secolo rispetto ad Agatocle questa interpretazione siciliana del simbolo, e dall'altra rende verosimile anche una diversa e diretta fonte orientale d'ispirazione anzicchè punica".
Il Pace, per ragioni di tempo, non ha potuto conoscere le rappresentazioni vascolari della tazza conservata al museo nazionale di Agrigento, e della tazza del museo di Gela, che permettono di retrodatare ulteriormente - e cioè almeno fino al VII sec. A.C.- l'introduzione del simbolo triscelico in Sicilia.
Le monetazioni delle città di Palermo, di Jatia e di Agrigento sono databili al I sec. A.C., mentre le raffigurazioni vascolari col simbolo della Trinacria rimontano al VII sec. A.C.: nè sono ipotizzabili influenze puniche sulla ceramica gelese. Quindi questi dati archeologici consentono di sostenere la tesi di una mediazione greca, e non punica, per l'introduzione del simbolo triscelico dall'Oriente in Sicilia.
il simbolo religioso orientale, una volta venuto in Sicilia, subì qualche trasformazione di significato. Sia che rappresentasse il sole, o la luna, o l'eterno movimento, questo simbolo nella sua origine orientale aveva un valore squisitamente religioso; ma trasferendosi in Sicilia esso assunse un valore assolutamente geografico.
Tuttavia se è venuta meno la religione, non è venuta meno la superstizione, com'è dimostrato dalla presenza della testa gorgonica al centro delle tre gambe. Questo particolare figurativo rivela degli aspetti tipicamente siciliani.
E' stato giustamente osservato, che la specialità del simbolo siciliano è la testa centrale, perchè nelle rappresentazioni orientali le gambe venivano unite da un punto o da un anello centrale; ed è stato notato altresì che la testa della medusa conferma l'origine mediterranea della "Trichetria", ed il suo aggancio alla mitologia greco orientale.
Il mito di Perseo. Nel mito di questo eroe, la parte più importante è quella relativa all'impresa contro la Gorgone, che Perseo compì per liberare la madre Danae dalle insane voglie amorose di Polidette, tiranno dell'isola di Serifo. Perseo, infatti, con l'aiuto di Atena, riuscì ad uccidere Medusa, che era l'unica mortale tra le Gorgoni, e a pietrificare l'odioso Polidette e tutto il suo popolo, mostrando loro la testa recisa della Gorgone, che anche da morta conservava il tremendo potere di pietrificare chi la guardasse. Il mito eroico di Perseo è strettamente connesso con la leggenda naturalistica per cui la dea Atena, simbolo della smaglainte luce solare, vince Medusa, figlia degli oscuri abbissi del mare; e quindi anche per questo verso, la Trinacria si attaglia benissimo a rappresentare quella che fu ed è chiamata "l'isola del sole". Perseo fu grato alla dea Atena dell'aiuto prestatogli, rivelandosi determinante per la sua vittoria, avendo Atena retto il lucido scudo in cui si rifletteva l'immagine di Medusa, perchè se Perseo avesse incontrato lo sguardo della Gorgone sarebbe rimasto pietrificato. Come simbolo di vittoria, Perseo donò alla dea Atena la testa di Medusa, che la dea fissò al petto, sulla corazza, affinchè la testa di Medusa, anche da morta, con la sua magica forza potesse pietrificare i suoi avversari. Il capo reciso della Gorgone assunse quindi un valore apotropaico; e nell'iconografia siciliana acquistò questo specifico potere, perchè era credenza comune che fosse possibile "tenere lontani gli spiriti maligni con l'imitare la maschera mostruosa d'uno di loro"; e le sue variazioni iconografiche attraverso i secoli si spiegano col fatto che questo simbolo, dato il suo valore apotropaico, come ben dice Bruno Lavagnini "partecipò ininterrottamente all'evoluzione stilistica dell'arte classica".
In Sicilia furono tipiche, per la loro funzione decorativa ed apotropaica, le maschere gorgoniche che decoravano i templi di Gela, che venivano poste nel timpano del frontone con antefisse in terracotta; e di cui una, di eccezionale grandezza, è stata ritrovata nel santuario ubicato presso l'odierno scalo ferroviario gelese.
Il simbolo della Trinacria dunque, se perdette il suo originario valore solare, ne acquistò uno sacrale in sicilia, dato il suo valore apotropaico, che lo trasformo in una sorta di talismano. Ma il suo valore divenne essenzialmente geografico e si identificò talmente con la Sicilia, nelle sue diverse denominazioni di Trinacria, Triscele, Triquetra, Trichetria, che fu addirittura esportato, come ha sostenuto in una ricerca il Colocci.
Egli ha notato che il simbolo della Trinacria, o Trichetria, si trova nell'isola di Man del mare d'Irlanda, portatovi, secondo una leggenda locale, dai normanni che venivano dalla Sicilia nei secoli X e XI, che sostituirono con la Trinacria l'antico simbolo dell'isola irlandese, che sotto i re scandinavi era costituito da un vascello; e lo stesso autore ha notato che il simbolo siciliano si trova in stemmi di famiglie nobili straniere, come gli inglesi Stuart d'Albany ( probabilmente per indicare il loro dominio su isole del mare d'Irlanda, come l'isola dianzi ricordata di Man), i Drocomir di Polonia, i Rabensteiner di Franconia, gli Schanke di Danimarca; e che in tempi più recenti anche re Gioacchino Murat inquartò la trinacria nel suo stemma.
Infine, il nome di Trinacria è ritornato nella storia di Sicilia - basti ricordare il trattato di Caltabellotta, che nel 1302 imponeva a Federico III d'Aragona il titolo di rex Trinacriae, mentre quello di rex Siciliae rimaneva agli angioini di Napoli
Nel 1814 fu coniata da re Ferdinando di Borbone, IV di Napoli e III di Sicilia (e non ancora I delle due Sicilie), una moneta d'oro che valeva due once, e che fu denominata Trinacria dalla figura simbolica rappresentata nel verso.
Nel campo della filatelia, nel 1858 la Trinacria fu affiancata al cavallo, simbolo di Napoli, e ai gigli, emblema della regnante dinastia borbonica, nei francobolli della posta napoletana.
Ma l'apparizione più sentita dal popolo siciliano fu certamente quella che il simbolo della trinacria fece nella grande rivoluzione federalistica del 1848-49. Allora, in tutti i comuni dell'isola sventolò il tricolore: ed era un tricolore che recava al centro il vecchio simbolo triscelico. Il popolo siciliano ritrovò nella nuova bandiera, che sostituiva il bianco vessillo gigliato dei borboni, il suo vecchio ed amato simbolo; si entusiasmò e cantò ancora una volta: E ccu virdi, biancu e russu (e con il verde bianco e rosso) la bannera si innalzò (la bandiera si alzò) E focu sopra focu (e fuoco sopra fuoco) s'havi a vinciri o morir (si deve vincere o morire).
Quanto alla diffusione in Sicilia del vecchio simbolo della Trinacria, è interessante notare come esso si trovi nei pavimenti degli edifici pubblici, come è attestato ancora oggi dai mosaici delle terme di Marsala e di Tindari, ambedue di età romana, che recano raprresentazioni della testa gorgonica circondata da tre gambe.
Per la sua diffusione fuori dalla Sicilia, nel museo di Olimpia, in Grecia, esiste un rivestimento di bronzo di uno scudo militare, databile al VI sec. A.C. che rappresenta una testa gorgonica circondata da tre ali, arcuate come fossero gambe, ed in tutto simile al simbolo siciliano. Ed è singolare, in periodo normanno, la stilizzazione in forma umana che il simbolo della Trinacria assume in un capitello del chiostro dei benedettini di Monreale.
Infine, per quel che riguarda il vessillo ufficiale della regione siciliana, esso è costituito da un drappo bicolore giallorosso, che diagonalmente esprime il giallo della bandiera civica di Palermo e il rosso della bandiera civica di Corleone, che fu il primo comune siciliano a seguire l'esempio di Palermo nella vigorosa rivolta antifrancese del Vespro siciliano, scoppiata nella genrosa città di Palermo il 30 Marzo del 1282. Pochi giorni dopo, e precisamente il 3 Aprile 1282, venne stipulato il patto d'alleanza fra i palermitani e i corleonesi e nello stesso giorno, con rogito del notaio Benedetto da Palermo, nacque il vessilo dei siciliani liberi, unendo i colori delle due città.
Da allora, questo vessilo raffigura l'unione spirituale dei siciliani e al centro reca il vecchio simbolo triscelico della Trinacria. In tempi recenti, questo vessilo è stata l'insegna ufficiale del Movimento per l'Indipendenza della Sicilia (MIS), fondato nel 1943 a Palermo dall'on. Andrea Finocchiaro Aprile; ed oggi è il vessillo ufficiale della Regione siciliana, che il 15 Maggio 1946 ottenne la sua autonomia a statuto speciale.
Fonti: 1. Libro "Storia della Sicilia" di Santi Correnti; 2. Centro Studi Storico-Sociali Siciliani |