La Sicilia, che fisicamente è sola in mezzo al Mare, anche se a pochissima distanza dal resto d’Italia, rimane silenziosa e protetta come da un’aurea divina, chissà forse quella del gigante che la sorregge, il triste e sconfitto Tifeo. Racconto di Stefania Di Pietro
L’incantevole e mitica isola del Mediterraneo è una terra dalla tradizione millenaria, che tutti chiamano con il nome più comune di Sicilia, il cui significato non è del tutto certo, dato che per alcuni deriva dal greco sik (fico) ed elaia (olivo), prodotti tipici di questa regione, o in relazione ai Siculi, dal termine sica (falce), popolo che là risiedeva, e in riferimento a quest’ultimo sarebbe meglio chiamarla con il nome più antico di Sicania; per altri l’origine del termine Sicilia deriva dalla radice sik (crescita), ovvero per esaltarla come “isola della fecondità”.
Inoltre, rispetto alla sua forma geografica, la Sicilia è anche chiamata Trinacria, ovvero la terra delle tre punte, infatti le tre parti della Trinacria sono rispettivamente Capo Peloro a nord est (Messina), Capo Boeo a ovest (Marsala) e Capo Passero a sud est.
L’Isola, di forma triangolare, è rappresentata dalla mitologica testa della Gorgone con tre gambe, che, più che un simbolo spaventoso, è un elemento fortemente rappresentativo del suo clima, infatti le tre gambe sono i raggi del sole che scaldano esageratamente questa terra in ogni periodo dell’anno, tanto da aver fatto scomparire le mezze stagioni e aver determinato l’alternarsi delle due principali, l’inverno mite e l’estate afosa.
La Gorgone è il primo vero simbolo d’identità di un popolo e di un territorio e nell’antica mitologia greca essa rappresentava l’unione delle tre figlie di Forco e Ceto, mostri sanguinari che vivevano nell’Ade.
Persino Dante scelse di inserire nel Canto VIII del Paradiso, la mia bella Sicilia e di lei diceva:
E la bella Trinacria che caliga
Tra Pachino e Peloro, sopra ‘l golfo
Che riceve da Euro maggiore briga,
non per Tifeo ma per nascente solfo,
attesi avrebbe li suoi regi ancora,
nati per me di Carlo e di Ridolfo.
Se mala segnoria, che sempre accora
Li popoli suggetti, non avesse
Mosso Palermo a gridar “Mora, mora!”.
Quanta storia è conservata in questi versi, la Sicilia, che fisicamente è sola in mezzo al Mare, anche se a pochissima distanza dal resto d’Italia, rimane silenziosa e protetta come da un’aurea divina, chissà forse quella del gigante che la sorregge, il triste e sconfitto Tifeo.
Questo essere mostruoso, il figlio più giovane della Terra, fu allevato forse da un drago che viveva a Delfi, era mezzo uomo e mezzo belva, il più alto dei suoi fratelli, tanto che la sua testa arrivava ad urtare le stelle, quando stendeva le braccia, una mano raggiungeva l’Oriente e l’altra toccava l’Occidente e le sue dita erano cento teste di draghi.
Il suo corpo era circondato da vipere, alato come quello di un drago e dagli occhi uscivano fiamme, era davvero mostruoso, tanto che tutti gli dei, appena lo videro, fuggirono impauriti in Egitto e si trasformarono in animali, Apollo divenne nibbio, Ermes si trasformò in ibis, Ares in pesce, Dionisio in caprone ed Efesto in bue.
Soltanto Atena e Zeus resistettero al mostro, ma Tifeo fu ferito soltanto dalle loro armi, strappò la falce a Zeus, gli tagliò le braccia e le gambe e lo portò fino in Cilicia, dove lo rinchiuse nella grotta coricia.
Aiutato dagli altri dei, Zeus riuscì a riprendersi, riacquistò il suo aspetto divino e cercò Tifeo per continuare la lotta, lo colpì con i suoi fulmini e il gigante fuggì, e nella speranza di accrescere la sua forza, assaggiò i frutti magici del monte Nisa.
In Tracia, Tifeo riuscì a lanciare montagne contro Zeus, ma questi le faceva ricadere sul mostro, così nacque il monte Emo, dal colore rosso, per il sangue che colò dalla sue ferite.
Scoraggiato del tutto, Tifeo fuggì ancora e mentre attraversava il mare di Sicilia, Zeus lanciò su di lui il monte Etna e lo schiacciò.
Si narra che le fiamme che a volte fuoriescono dall’Etna, sono quelle che vomita il mostro, da lui, si dice, derivano gli esseri mitologici più orrendi, tra i quali l’idra di Lerna e la Chimera.
La leggenda narra che la mia Sicilia è ancora sorretta da questo gigante, che oltraggiando Zeus con le sue terribili azioni, fu condannato per l’eternità a questo supplizio, così, sopra la sua mano destra sta il Peloro, sopra la sinistra Pachino, Trapani gli comprime le gambe e sopra la testa grava l’Etna che gli fu scagliata contro.
Tifeo, inferocito e rabbioso, continua a vomitare fiamme, cercando di muoversi e di scrollarsi di dosso le grandi montagne, ma inutilmente: è allora che la terra di Sicilia trema!
Quando ciò avviene, dall’Etna sgorga tutto il veleno e l’odio del gigante, la lava non conosce perdono, né pietà, si riversa sui centri abitati che incontra lungo il suo cammino e li distrugge, esplosioni terrificanti ne dimostrano la forza e la potenza, collane infuocate di magma scendono lungo le sue pendici e devastano tutto ciò che incontrano, smottamenti del terreno aprono nuovi crateri lateralmente alla montagna da dove la lava trova ulteriore sbocco, in quel momento ci troviamo come di fronte ad un evento apocalittico, spesso inarrestabile e disastroso.
I siciliani, di fronte a questo tipo di evento naturale, non emettorno alcun grido di terrore, sanno infatti che nulla può contrastare la rabbia della “muntagna”, che è la bocca del gigante, forse in quel momento lui è più adirato del solito, così lo pregano di smettere, di avere pietà e di calmarsi.
Credetemi, è una vera e propria comunicazione diretta tra la gente e la Natura, sono capaci di rimanere tutta la notte ad onorare l’Etna in compagnia di qualche santo protettore, la cui statua viene esposta e rivolta verso il vulcano incandescente.
La cosa strana è che dopo un po’, l’Etna smette di vomitare fuoco, è come se il mostro abbia ascoltato le parole del suo popolo che serenamente convive con lui da secoli e secoli.
Cosa rimane dopo un evento di questa portata?
Il paesaggio è completamente modificato, il fascino che lo caratterizzava, reso suadente dal mito, descritto da numerosi poeti e scrittori dell’antichità classica e dai più recenti, da viaggiatori e persino da architetti, da pittori e scultori e da grandi registi, è del tutto stravolto.
La lava fredda ed indurita, con un cuore ancora bollente e liquido, diventa nera e polverosa, non c’è un albero, un fiore, un filo d’erba, tutto è solo una distesa di roccia.
Ci vorrà del tempo, ma su quella nera roccia ricresceranno i fiori, la natura, rinvigorita, tornerà a vivere, e se ci facciamo attenzione il paesaggio è incantevole e suggestivo anche dopo un’eruzione, per la varietà morfologica di rocce e per la velocità di mutamento delle stesse ad ogni altitudine e soprattutto quando la neve inizia a ricoprire con il suo candore tutta quella cupezza.
Tutto ciò è straordinario, la gente sa che presto la “muntagna” e le sue valli ritorneranno splendide e floride, terminata la preghiera di ringraziamento, tutti tornano nelle loro case, ai loro affari, al loro lavoro, ma sempre con un occhio e un pensiero rivolto al grande gigante, che rimanga calmo e sereno il più a lungo possibile.
Lo so, è una cosa strana e incredibile, ma ogni volta, fortunatamente, l’Etna è stata clemente, ovviamente, anche grazie all’intervento tecnico di coloro che costruiscono barriere per non far arrivare il cosidetto “rigurgito di fiamme” sopra le abitazioni.
Non dovete dimenticare, infatti, che l’ora dell’eruzione è attesa da studiosi e scienziati, che, vicini al fiume di lava, cercano di capire perché ciò avviene, è un momento di studio e di ricerca, così, attorno al Gigante, si possono osservare tipologie di persone differenti, l’uomo semplice che disconosce la scienza e prega l’Etna di addormentarsi; il ricercatore che finalmente può vivere la montagna da vicino anche nei suoi aspetti più drammatici; l’operaio che guida il suo escavatore per creare barriere e salvare la sua e le altre case, i bambini con i loro occhi fissi verso le fontane di fuoco, che credono di guardare uno spettacolo pirotecnico, sicuramente più entusiasmante dei fuochi d’artificio che nel giorno della festa del Patrono, colorano i cieli di stelline cadenti.
In ogni caso, vedere tutta quella massa di persone laboriose attorno alla “muntagna” è uno spettacolo veramente significativo, nessuno di loro odia l’Etna, tutti ne sono immensamente innamorati ed è proprio la loro profonda ammirazione verso questo ciclope naturale a rappresentare la cultura siciliana, dove credenze e superstizioni fanno comunque da padroni.
Non possiamo prevedere con certezza assoluta quando il Gigante tornerà a lamentarsi, continuiamo la nostra vita di comuni spettatori della forza della Natura, in fondo, nessuno di noi può permettersi di giudicarla, perché è lei che ci consente di vivere in essa e con essa, dovremmo solo rispettarla, tacendo quando si ribella.
L’unica cosa che possiamo fare è sperare che eventi di questa portata siano rari e controllabili, e chi di noi lo ritiene opportuno, può anche pensare che a rivoltarsi sia Tifeo, pregandolo di restare calmo un altro po’, fantasticando magari che oggi il mostro abbia digerito il pranzo, d’altronde a pensarci bene il gigante è proprio un povero disgraziato, costretto a rimanere seduto, a sostenere le tre punte della Trinacria, a sopportare tutti nostri discorsi, mai una partita di pallone, una festicciola tra amici mostri, un appuntamento galante, ci credo che a volte sia un po’ nervoso, cerchiamo di comprenderlo!
Stefania Di Pietro
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