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Aci e Galatea: la leggenda di Acireale
Racconto di Stefania Di Pietro.
Ricordate i Faraglioni che sono descritti con gran maestria dal Verga ne “I Malavoglia”? Sono tre massi, che secondo la leggenda lanciò Polifemo accecato da Ulisse contro la sua nave in fuga e che si possono veder spuntare dall’acqua nei pressi di Aci trezza, antico borgo marinaro conosciuto anche con il nome di Riviera dei Ciclopi.

Pensate che il più grande di questi scogli è detta Isola Lachea, diventata riserva naturale che ospita numerose specie endemiche di animali.

Naturalmente, l’origine di tale isolotto è scientificamente spiegata, si dice che nacque a causa di un’eruzione sottomarina circa 500.000 anni fa, come dimostra la copertura rocciosa di colore biancastro che ne ricopre la parte superiore, formatasi per trasformazione termica delle argille sottomarine a contatto con la lava incandescente.

Il nome “Lachea” ha origini greco-bizantine e vuol dire “pianura”.

Come ho già detto altre volte, dalla “muntagna” così come è definita l’Etna che tanto è amata e rispettata dai catanesi, agli scogli o ai vortici del mare della Trinacria, ogni elemento naturale qui viene mitizzato, per tradizione e cultura, ma soprattutto per credenze e superstizioni.

Anche questa parte della Sicilia, narrata dal grande scrittore catanese, è avvolta dal mistero e dalla magia di un mito, come d’altra parte, ogni luogo della più grande e meravigliosa Isola del Mediterraneo.

Proprio nella zona incantevole dei tre Faraglioni è ambientata una delle leggende più tristi e poetiche di Sicilia, ovvero quella di Aci e Galatea, storia di origine greca, che serve a spiegare fantasiosamente, la ricchezza delle acque sorgive della zona etnea.

La leggenda racconta di Aci, un pastore che viveva lungo le pendici della “muntagna”, innamorato di una fanciulla di nome Galatea.

La splendida ninfa era anche corteggiata da Polifemo, ma lei ne respinse le proposte continue e il gigante, offeso per il rifiuto, uccise il rivale, nella speranza di conquistare la sua amata, che, invece, continuò ad amare Aci, anche dopo la tragica fine di questi.

Galatea e Polifemo
Galatea e Polifemo - Raffaello - Villa Farnesina (Roma)

Ogni mito che si racconti è collegato alla realtà nel tentativo di cercare una spiegazione più o meno plausibile per essa e per ciò che in essa accade, in questo caso, il mito etneo di Aci è legato ad una zona non lontana dalla costa, vicino l’attuale Capo Molini; dove è collocata una piccola sorgente che gli abitanti del luogo chiamano “Il sangue di Aci” per il suo strano colore rossastro: lo stesso sangue che il povero e sfortunato giovane perse, ucciso dal gigante.

Ma i siciliani non si fermarono alla semplice narrazione di una storia così piena di dolore, forse spinti dalla presenza di quell’acqua maledetta, chiamarono Aci, un villaggio vicino, in memoria del pastorello.

Siccome i casi della vita sono davvero casuali, e scusate la ridondanza, il terremoto dell’undicesimo secolo dopo Cristo, rase al suolo il piccolo villaggio di Aci, provocando l’esodo dei sopravvissuti, che fondarono altri centri.

Per distinguere questi nuovi luoghi dallo sfortunato paesello di Aci e da tutti quelli che sorsero vicini, fu sempre aggiunto un secondo appellativo al nome Aci e nacquero così, Aci castello, per la presenza di un castello costruito proprio su un faraglione, Aci sant’Antonio, Aci catena e Aci trezza, ovvero la città dei tre faraglioni, tanto amata dal Verga.


Non si può fare a meno di narrare queste storie, ogni volta che ne pesco una, capisco qualcosa in più riguardo la cultura della mia terra e, vi parrà strano, ma è così, riesco a spiegarmi certi modi di ragionare tipicamente siciliani, nei riguardi dei sentimenti o delle tragedie.

C’è una grande teatralità nel popolo siciliano, sembrerebbe che trascorri la sua vita come se stesse recitando in uno di quei drammi antichi dei grandi poeti greci, ma è proprio questo il bello di noi, ve lo assicuro!


Rifletteteci con attenzione, non vi fa sorridere il fatto che da una leggenda tanto dolorosa possa risultare il motivo della comparsa di quei paesini o che da tre sassi lanciati da quel bestione del ciclope omerico vengan fuori i tre splendidi faraglioni, simboli di una città, di un racconto verghiano che in tutto il mondo conoscono e ammirano?


Ecco, questo può accadere solo in Sicilia, dove qualsiasi cosa attragga l’attenzione racchiude dentro sè molto più di quanto possiate immaginare.

Non ci credete? Ve lo dimostro:

pensate agli occhi di un pescatore, intenti a guardare l’orizzonte, rivolti verso il mare, a domandare al Cielo se pioverà o meno, se la pesca sarà buona o cattiva, li vedete?

Sta proprio là, seduto sulla punta di uno scoglio, le onde si infrangono su di esso e gli bagnano le gambe, ma lui niente, rimane immobile a guardare il suo mare e a farsi sfiorare la pelle ruvida, con il berretto in testa per ripararsi dal sole, che non è mai parsimonioso verso la terra di Sicilia, ma la riscalda sempre generosamente.

Stefania Di Pietro

 


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