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Operazione Corkscrew - Lo sbarco
La caduta di Pantelleria in un documento riservato inglese.
Articolo di Orazio Ferrara.

Sulla caduta, l’11 giugno del ’43, dell’isola di Pantelleria, primo lembo del territorio italiano ad essere invaso dagli Alleati, larga la produzione, anche straniera, di saggi e articoli, spesso di buon livello, che trattano dell’argomento. Però quasi tutti gli scritti riguardano la parte, peraltro decisiva nella resa della piazzaforte italiana, avuta dall’arma aerea alleata e dai relativi micidiali bombardamenti. Poco o niente, sullo sbarco e sulle truppe impegnate nello stesso.

Si è cercato di dare un piccolo contributo in questa direzione con il presente lavoro, che si basa in gran parte su un documento riservato inglese, ancora inedito, compilato dal colonnello Liout del 2° Real Reggimento di Artiglieria Campale pochi giorni dopo le operazioni di sbarco. Questo documento, per soli usi militari e di cui era vietata la circolazione pubblica e tantomeno la stampa, era stato sottoposto all’approvazione del “Base Censor” e l’originale bollato con il visto “Passed by Censor No 1362”.

Se l’uso dell’arma aerea e dei bombardamenti indiscriminati fu una prerogativa degli americani, anche se non bisogna dimenticare le terrificanti incursioni notturne compiute dai bombardieri britannici Vickers Wellington, lo sbarco e l’occupazione di Pantelleria fu opera dei mezzi navali e delle truppe inglesi. Comunque anche in questa fase la copertura aerea americana ebbe una funzione essenziale.

Operation Combined Corkscrew fu chiamata, letteralmente Operazione Combinata Cavatappi, e fu il primo D-Day in Mediterraneo. Essa dimostrò l’assoluto affiatamento che il nemico aveva raggiunto nella cooperazione delle tre armi: esercito, marina e aviazione. Combined, appunto. La cosa a noi italiani non riuscì mai e proprie le incomprensioni, le gelosie, le rivalità, in massima parte tra la marina e l’aviazione, furono causa di grosse e amare delusioni e più di una volta, per tali motivi, una vittoria a portata di mano si trasformò in un cocente insuccesso.

I vertici del Comando Combinato Alleato per questa operazione erano il tenente generale americano Carl Andrew Spaatz per l’aviazione, il maggior generale inglese Walter Edmond Clutterbuck per l’esercito e il vice ammiraglio inglese sir Roderick McGrigor per la marina.

Lo strano nomignolo di Corkscrew (Cavatappi) si doveva al fatto che Pantelleria, posta nel bel mezzo del Canale di Sicilia, quest’ultimo percepito dagli inglesi come il collo di bottiglia del Mediterraneo, ne era il relativo tappo. Era quindi necessario far saltare questo tappo, per avere poi via libera, senza ostacoli, lungo tutto il Mediterraneo, da Gibilterra a Suez. C’era però anche un altro importante motivo. La progettata invasione alleata della Sicilia non poteva permettersi di avere  una così grossa spina nel fianco, infatti Pantelleria, con il suo capiente hangar sotterraneo, rappresentava un’ottima base per un’eventuale controffensiva delle forze aeree italo-tedesche.

Nei giorni precedenti il fatidico D-Day (fissato dal Comando Alleato per l’11 giugno), tra le truppe inglesi in Tunisia si sapeva soltanto che per lo sbarco su Pantelleria sarebbe stata utilizzata la “Top Division”, cioè la migliore divisione di fanteria. Quale essa fosse, ne era a conoscenza solo l’ufficiale comandante della stessa e nessun altro. Quarantotto ore prima dell’11 giugno furono avvertiti gli ufficiali della Prima Divisione di Fanteria britannica, che spettava a questa unità il compito. I sottufficiali e la truppa furono avvertiti 24 ore prima. Dopo di che tutti furono confinati in accampamenti siti nei boschetti di olivastri, per evitare fughe di notizie. Sempre per ragioni di sicurezza la posta in partenza fu trattenuta, mentre l’entrante posta, re-indirizzata, sarebbe stata successivamente spedita all’isola di Pantelleria.

Nelle istruzioni emanate, riportate dal documento del colonnello Liout, si avvertiva  che, a causa dei violentissimi bombardamenti che avevano sconvolto, oltre il sistema viario, il terreno e anche per i numerosi terrazzamenti dello stesso, nonché per la naturale asperità di un’isola essenzialmente rocciosa, il movimento di mezzi a ruote sarebbe stato completamente impossibile. D’altronde per tale accidentata morfologia del terreno si era escluso categoricamente l’impiego dei paracadutisti. Sempre per via dell’estrema asperità delle rocce veniva ordinato agli uomini, impegnati nello sbarco, di portare pantaloni lunghi e non i pantaloncini come avrebbe consigliato il clima caldo, e le maniche di camicia rotolate in giù e non accorciate.

Per le ventilate difficoltà di manovra dei pesanti mezzi di artiglieria, fu deciso di limitare severamente la quantità di artiglieria campale in appoggio alla Prima Divisione di Fanteria. Si sarebbe fatto fronte a questo handicap con il costante appoggio di aerei e con i cannoni delle navi da guerra, che, dopo aver scortato il convoglio, sarebbero rimaste in rada. Pertanto l’artiglieria fu ridotta ad un solo reggimento, il 2° Real Reggimento di Artiglieria Campale. Il reggimento, per complessivi 24 cannoni, era ordinato su tre batterie: la 35a, la 42a e la 53a. Successivamente il Comando di Divisione decise di tagliare una batteria da campo, la 53a essendo questa la più piccola, per utilizzare lo spazio così liberatosi con l’aumento delle riserve dei proiettili per i cannoni. Sempre in appoggio alle forze di fanteria, sarebbe sbarcato anche uno squadrone di carri armati Sherman M4 del 2° Reggimento Corazzato Lothian & Border Horse.

La Prima Divisione di Fanteria inglese, veramente una delle migliori in assoluto di quell’esercito, era formata da tre Brigate con la numerazione da 1 a 3, ciascuna con tre battaglioni per un totale di circa 2.500 uomini. Componevano la 1a Brigata di fanteria il  3° Battaglione delle Grenadier Guards, il 2° Battaglione delle Coldstream Guards e il 2° Battaglione dell’Hampshire Regiment. La 2a Brigata era composta dal 1° Battaglione del Loyal North Lancashire Regiment, dal 2° Battaglione del North Staffordshire Regiment e dal 6° Battaglione del Gordon  Highlanders Regiment. Infine la 3a Brigata di fanteria formata dal 1° Battaglione del Duke of Wellingtons Regiment, dal 2° Battaglione dello Sherwood Foresters e dal 1° Battaglione del King’s Shropshire Light Infantry.

Nei piani dello sbarco, previsto in due tempi, le tre Brigate dovevano osservare la sequenza e i compiti che seguono. Nella fase iniziale, sarebbe sbarcata per prima la 3a Brigata con funzioni di Brigata d’Assalto (Assault Brigade), ai cui battaglioni spettava costituire la testa di ponte a riva. Il primo reparto a toccare terra sarebbe stato il 1° Battaglione del Duke of Wellingtons Regiment. Avrebbe partecipato a questa fase anche il battaglione principale della 2a Brigata, 2° Battaglione del North Staffordshire Regiment, posto eccezionalmente e temporaneamente sotto il comando del quartier generale della Brigata d’Assalto. Successivamente sarebbe seguito il resto della 2a Brigata con funzioni di Brigata d’Appoggio (Support Brigade).

La seconda fase dello sbarco, entro 36 ore dalla prima ondata se non ci fosse stata nel frattempo la resa come poi in effetti avvenne, prevedeva l’arrivo della 1a Brigata Guardie quale Brigata di Rincalzo (Follow Brigade), di cui il 2° battaglione delle Coldstream Guards sarebbe restato sotto il Comando di Divisione come riserva.

Con il primo sbarco sarebbe andata a riva la 35a Batteria del 2° Real Reggimento di Artiglieria Pesante, mentre la 42a Batteria sarebbe sbarcata soltanto con la Brigata di Rincalzo. Sempre con il primo sbarco sarebbe andato lo squadrone carri del 2° Reggimento Corazzato Lothian & Border Horse.

Appena stabilizzata la testa di ponte, le truppe sarebbero avanzate verso la parte settentrionale dell’isola, con una manovra a tenaglia. La Brigata d’Assalto sulla direttrice sinistra, la Brigata d’Appoggio su quella di destra, verso ovest. Primi obiettivi quota 265 (Monte Sant’Elmo, dove c’era il Semaforo della Marina) e quota 289 (Monte Gelkhamar).

L’ora X delle operazioni di sbarco fu fissata per le ore 12.00 antimeridiane dell’11 giugno ed il luogo lo stesso porto di Pantelleria, non essendoci, sempre per l’accidentata morfologia del terreno, altre spiagge più idonee. Per quest’ultimo motivo, nei giorni precedenti il D-Day, il bombardamento degli aerei alleati fu particolarmente accanito sul porto; si volle convertire, a colpi di bombe, le banchine in breccia, in modo da offrire una sorta di spiaggia pietrosa in pendio alle truppe da sbarco. E così avvenne, anche se dal documento del Liout si arguisce che, superare il pendio, per quelli dell’artiglieria fu cosa non facile.

Il giorno 10 giugno 1943 ebbe inizio la fase finale dell’Operazione Corkscrew, la forza d’invasione, al comando del maggior generale Clutterbuck, cominciò ad imbarcarsi nei porti nord-africani di Sousse e Sfax, in Tunisia. Il documento del colonnello Liout si sofferma, con malcelato orgoglio, sulla veramente ottima organizzazione, che andava al di là del lato puramente militare. Oltre alle riserve generali di cibo e acqua per i 4 rifocillamenti giornalieri, ogni soldato ebbe una razione di “Mess Tin” di 48 ore, una razione di “Emergency” di 24 ore, una bottiglia d’acqua, una lattina di tavolette di sterilizzatore, un tubetto di crema antizanzara, due razioni di rum (una per il consumo in viaggio, l’altra per emergenza), più la consueta razione di sigarette. Furono imbarcati cibo ed acqua anche per 10.000 prigionieri e 15.000 civili. La notte seguente i convogli, carichi di truppe, e la loro scorta di navi da guerra, proveniente da Malta, s’incontrarono in mare, navigando poi di concerto verso l’isola.

Formavano l’intero convoglio tre navi trasporto di mezzi anfibi per fanteria (la Queen Emma, la Princess Beatrix e la Royal Ulsterman), quattro L.C.F. (Landing Craft Flak) navi specializzate per la difesa contraerea, una L.S.T. (Landing Ship Tank) nave del tipo Maracaibo per il trasporto di mezzi pesanti, la nave comando HMS Largs, dove era imbarcato il vice ammiraglio McGrigor, e numeroso altro naviglio, tra cui gli L.C.T. (Landing Craft Tank) per il trasporto dei carri armati e dell’artiglieria e gli L.C.S. (Landing Craft Support) mezzi anfibi d’appoggio. La scorta era costituita dalla 15a Squadra Incrociatori della Royal Navy (l’Aurora con funzioni di comando, il Newfoundland, il Penelope e l’Orion), da otto cacciatorpediniere (Whaddon, Troubridge, Tartar, Jervis, Nubian, Laforey, Lookout e Loyal), e dalla cannoniera Aphis. Avevano il compito della copertura aerea i caccia del NAAF (Northwest African Air Force), la Forza Aerea dell’Africa Nordoccidentale  agli ordini del generale Carl Spaatz.

Erano le 9 e 30 della mattina dell’11 giugno, quando la forza da sbarco inglese giunse nel posto prefissato, a circa 7 miglia dal porto di Pantelleria. Le incursioni aeree contro quest’ultimo sito erano state intensificate fin dal giorno precedente. I mezzi da sbarco più piccoli, gli L.C.I. (Landing Craft Infantry) mezzi anfibi per la fanteria, che erano sulle navi trasporto, furono prontamente calati in acqua. Dopo circa un’ora, alle ore 10.30, la prima ondata di mezzi da sbarco cominciò le manovre di avvicinamento alla costa. Gli L.C.I., guidati dalla lancia a motore dello SNOL (Senior Naval Officer Landing, l’ufficiale anziano cui solo spettava la direzione della delicata fase di sbarco), erano protetti dagli L.C.S. d’appoggio e dagli L.C.F. contraerei. Lo SNOL stimò l’arrivo sulla “spiaggia” per mezzogiorno, com’era stabilito dal piano d’invasione. Intanto gli L.S.I., facenti parte del secondo gruppo di sbarco, nell’attesa cominciavano ad andare avanti e indietro lungo i fianchi della Royal Ulsterman, eseguendo delle esercitazioni antiaeree.

Per le operazioni di sbarco il porto, o meglio quello che restava di esso, era stato suddiviso in 3 “spiagge” o settori denominati, partendo da destra a sinistra, GREEN (Verde),  WHITE (Bianco) e RED (Rosso), colori corrispondenti con le luci di navigazione delle navi.

Com’era stato stabilito in precedenza, verso le ore 11.30 - 11.45 cominciò un bombardamento aeronavale di tale intensità, quale l’isola non ne aveva mai subito fino ad allora. E sì che ce n’erano stati, in precedenza, di bombardamenti terrificanti su Pantelleria. I cannoni di 13 navi da guerra (il documento dice 14) aprirono il fuoco simultaneamente, nel mentre in cielo, provenienti da ovest, apparvero 102 quadrimotori B-17, le cosidette Fortezze Volanti. Ogni aereo sganciò il suo carico di 6 bombe da 1.000 libbre ciascuna. Completarono l’opera di distruzione cacciabombardieri P-38 Lightning’s a bassa quota e in picchiata. L’effetto devastante di questi bombardamenti fu tale che, per unanime testimonianza di chi osservò quella scena apocalittica dal mare, sembrò che tutta l’area del porto si librasse a mezz’aria per diversi minuti; dopo di che si alzò una densa, soffocante e altissima nube di polvere e terriccio, che nascose l’isola alla vista delle navi inglesi per oltre due ore.

Poco prima che iniziasse l’attacco aeronavale era stata notata, dal caccia Laforey (secondo altri dal Nubian), una bandiera bianca di resa su un punto elevato dell’isola. Aerei segnalavano inoltre di aver visto una croce bianca, dipinta sulla pista dell’aeroporto. Tutto ciò però contrastava con il fuoco aperto da alcune batterie italiane, che cercavano di impedire lo sbarco. Pertanto il Comando Combinato Alleato, per evitare sgradevoli sorprese, decise di proseguire l’azione secondo i piani prestabiliti.

Anche il documento inglese conferma quello che sapevamo già, non tutte le batterie italiane accettarono supinamente quei segnali di resa. Forse per via delle linee di comunicazione interrotte, forse, come sembra più verosimile per delle testimonianze al riguardo, perché a qualcuno non andava proprio giù di arrendersi in quel modo, dopo aver resistito, senza il minimo segno di cedimento, per più di un mese agli spietati bombardamenti alleati.

Probabilmente furono in numero di cinque o più le batterie italiane che aprirono il fuoco in quel fatidico mattino. Sicuramente spararono le batterie di Punta Tracino e di Punta Spadillo, inoltre la batteria Bellotti e quella di Randazzo, quest’ultima comandata da un ufficiale nativo dell’isola, l’avvocato pantesco Tommaso Pinna, sembra sia stata l’ultima a cessare il fuoco secondo la testimonianza dello storico locale D’Aietti. Da fonti inglesi (seppur assai reticenti, come sempre in questi casi) sappiamo che fu colpita una loro nave antiaerea, costretta poi a ritirarsi. Anche lo sbarco dei fanti inglesi, in una zona del porto, fu ostacolato dal fuoco di armi leggere, per la verità subito zittito per l’intervento di ufficiali italiani. Questo fu un momento assai delicato dell’intera operazione, anche per via di un totale blak-out nelle linee di comunicazione degli Alleati. Tutte le relazioni di parte inglese concordano che se in quel momento ci fosse stata una decisa reazione da parte di reparti italiani, anche con armi leggere, lo sbarco sarebbe costato  gravissime perdite. Ed invece ci fu una resa talmente pasticciata da parte del Comando Italiano, che ancora oggi sembra impossibile districarne la matassa e venirne a capo.

Comunque la storiella che i difensori di Pantelleria, quel memorabile 11 giugno 1943, non avessero sparato nemmeno un colpo è , come abbiamo visto, completamente falsa. Questa storiella propalata per anni, in tutte le salse e in tutte le lingue, ha fatto il giro del mondo ed è entrata nei libri di testo di storia. Ed è diventata la verità, l’unica verità. Aveva visto giusto solo in parte la storica sentenza della Corte di Assise di Appello di Milano, che dopo un’esemplare e obiettiva disamina di quegli avvenimenti che portarono alla discutibile resa, concludeva “E agli sfortunati difensori di Pantelleria non fu concesso nemmeno l’onore delle armi”. Ignoravano quei giudici onesti che in seguito a quei difensori sarebbe andata ancora peggio.

La sentenza di piena assoluzione n° 109/1954 della Corte di Assise di Appello di Milano, a seguito del processo contro Antonino Trizzino, autore del famoso “Navi e Poltrone” e accusato, proprio in seguito alla pubblicazione del libro, di vilipendio dei vertici delle Forze Armate dello Stato, è una spietata requisitoria, che in certi punti è un vero e proprio atto di accusa a futura memoria per il comportamento tenuto da certi alti gradi italiani, di dolorosi e discussi episodi dell’ultima guerra mondiale, tra cui quello della caduta di Pantelleria. Al punto 9) della citata sentenza vi è un’analisi puntuale e dettagliata, con una messe cospicua di citazioni e testimonianze, degli avvenimenti sia del giorno della resa della piazzaforte italiana, sia dei giorni immediatamente precedenti, nonché del comportamento avuto in quel periodo dall’ammiraglio Gino Pavesi, comandante in capo la Piazza di Pantelleria. Le conclusioni che ne trassero furono amare, come la frase che meglio le sintetizza “E agli sfortunati difensori di Pantelleria non fu concesso nemmeno l’onore delle armi”.

I giudici milanesi centrarono il cuore del vero dramma dei difensori di Pantelleria. Un mese di orribili bombardamenti da incubo. Nell’ultimo periodo senza tregua, notte e giorno. Alla fine 20mila tonnellate d'esplosivo sull’isola, una media di 1 tonnellata di esplosivo a testa per abitante, sia militare che civile. Pochi i viveri, e scarsi l’acqua e le munizioni. Eppure mai un cenno di cedimento, di protesta.  Anzi l’orgoglio di respingere due intimazioni di resa, pervenute con il lancio di migliaia di volantini lanciati dall’armata aerea del generale Spaatz. L’ultimo no ad arrendersi il 10 giugno,  lo stesso giorno in cui un articolista del Corriere della Sera, riferendosi al primo no dell’8 giugno, scriveva orgogliosamente il fondo “Niente da dire al generale Spaatz”. Poi nel giro di nemmeno 24 ore la situazione si capovolge. Tutto diventa evanescente, nebbioso. Fatti e personaggi. Una ridda di strani telegrammi partono e arrivano (o non arrivano). E si giunge alla resa, così subitanea da far adombrare a qualcuno lo spettro infamante del tradimento. Ma questa è un’altra storia e, forse, ne varrà la pena di trattarla più ampiamente in un prossimo lavoro.

Torniamo al momento dello sbarco inglese. Gli attaccanti ancora ignoravano, in quel momento, che l’ammiraglio Pavesi, motu proprio, avesse dichiarato la resa della piazzaforte fin dalle 9.30 di mattina quando, manco a farlo apposta, si vedeva dall’isola la flotta da sbarco nemica. Resa così pasticciata (ad essere benevoli), in cui larga parte ebbe come al solito Roma e Supermarina, che non ci si curò di avvertire tutte le batterie e i reparti. In seguito si diede la colpa alle linee di comunicazione interrotte dai bombardamenti. Quand’anche fosse stato così, si poteva benissimo ricorrere all’uso di staffette portaordini, e ce n’erano, formate da coraggiosi ragazzi panteschi di 15-16 anni. L’affare della resa pasticciata continuò per l’intera giornata. Infatti quando verso le ore 12.45, con lo sbarco in corso, arrivò da Malta la notizia della resa, il tenente colonnello americano, incaricato a trattare le condizioni della stessa con i vertici militari italiani, non trovò nella zona del porto nessuno in grado di farlo.

Così testualmente nel nostro documento.

“At this pointy it may be mentioned that then the U.S. Lt-Col., who was in charge of civil affairs, went ashore, considerable difficulty was experienced in finding anyone to trade with. The General was said to have taken to the hills and the Admiral (Governor and C. in C.) to the underground hangers on the airfield. The Div. Comd. decided to carry on with his original plan.”

“A questo punto può essere ricordato che il Tenente Colonnello americano, che era incaricato degli affari civili, andò a riva; la difficoltà considerevole fu di non trovare nessuno con cui trattare. Al Generale fu detto di contattare sulle colline l'Ammiraglio (Governatore e Comandante in Capo) allocato nelle caverne sotterranee del campo d'aviazione. Il Comando di Divisione decise di continuare col suo piano originale.”

Solo verso le ore 16.50 pomeridiane il Comando della 3a Brigata d’Assalto, che intanto aveva proseguito lungo la direttrice di marcia stabilita e aveva raggiunto l’aeroporto della Margana dove si era acquartierato, riuscì a contattare finalmente l’ammiraglio Pavesi, rifugiato nell’hangar sotterraneo dello stesso aeroporto. Alle ore 17.35 fu sottoscritto dal Pavesi l’atto formale di resa della guarnigione italiana.

Quel giorno il comportamento dei vertici del Comando Combinato Alleato fu davvero encomiabile, sia il generale americano Spaatz che il generale inglese Clutterbuck, con i loro staff, furono in prima linea con le truppe che sbarcavano, intanto che il vice ammiraglio inglese, sir Roderick McGrigor, alzava la sua bandiera di comando sul cacciatorpediniere Tartar, stazionante nelle acque antistanti il porto.

Concludiamo con un passo del più volte citato documento, riguardante un sopralluogo di personale specializzato del Comando di Divisione inglese ad una batteria italiana con 6 pezzi antiaerei da 76 mm, ubicata sulla cresta di una montagna.

“… the barracks were absolutely clean, no rubbish lying about, the cookhouse was fit to cock food in, the guns though sabotaged gave evidence of maintenance and recent lubrication.

The following is an extract from a summery compiled by a Div. Staff Officer who did not visit any of the Bty.'s : -The Bty. Comd. Of this Bty. was an extremely efficient Officer and was proud of the fact that all his guns were in action to the end, although on the last day they ran out of ammunition. He had carefully maintained his guns and provided the spare parts required. When the final surrender came he sabotaged his guns.The Bty. fired approx 1500 rds. Per day during the Bombardments. Rate of fire 8 rds. Per minute. - Moral A clean battery shoots straight and hard”.

“… le caserme erano completamente pulite, nessuna spazzatura giaceva intorno, i viveri erano appropriati con cibo di gallette, l'artiglieria sebbene sabotata diede l'evidenza della manutenzione e della recente lubrificazione. Il seguente è un estratto da una relazione compilata da un Ufficiale del Personale della Divisione: -Il Comandante di questa Batteria era un Ufficiale estremamente efficiente ed era orgoglioso del fatto che tutte le sue artiglierie fossero in azione fino alla fine, anche se nell'ultimo giorno mancarono le munizioni. Egli aveva mantenuto perfettamente la sua artiglieria perché si era rifornito delle parti di ricambio. Quando venne la resa finale egli sabotò la sua artiglieria. La Batteria ha sparato approssimativamente 1500 colpi al giorno durante i bombardamenti. Percentuale di fuoco 8 colpi per minuto-. Morale: una batteria pulita spara diritto e duro”.

Orazio Ferrara

 


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