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Storia della Gastronomia siciliana
di Mariano Carbonetti
Tecnico delle attività alberghiere e docente di cucina storica siciliana nei coesi post-qualifica c/o IPSSAR P.Borsellino, IPSSAR F.P.Cascino e Cnos/Fap
Consigliere provinciale federazione italiana cuochi

Diceva il famoso antropologo francese Claude Levi Strauss, che si perdono più facilmente i codici linguistici che quelli alimentari  e portava il caso degli italiani emigrati in America, infatti spesso la loro lingua originaria viene dimenticata nel tempo, però continuano a mangiare all'italiana conservando gelosamente il gusto indiscutibile degli spaghetti.

Da qui si delinea l'importanza del codice alimentare dal punto di vista culturale.

La nostra cucina è un "monumento", esiste ,ha lasciato delle tracce che sono ancora visibili ,ma ha bisogno di un cicerone per non farla perdere. Il cicerone nel nostro caso rappresenta colui che è profondo conoscitore delle origini dei piatti.

Piatti di indiscutibile gusto e raffinata fattura, che si alternano sulle tavole della nostra sempreverde isola con altri di cucina povera e di semplice realizzazione.

La nostra cucina, malgrado la fama dei siciliani non goda lo stesso successo, ha un successo incredibile, non sappiamo ancora perché, è lo stallone d'Italia, ma ad alcune motivazioni possiamo velocemente arrivare:

1)      Perché è una cucina che vanta 3000 anni di storia,

2)      Possiede circa 4000 piatti;

3)      Non c’è un'unica cucina (rustica, barocca, popolare, da strada);

4)      Continua a godere degli influssi alimentari dei nostri dominatori e colonizzatori.

La nostra Sicilia, ha avuto nella sua storia ben tredici dominazioni, dai Fenici-Cartaginesi ai Greci, dai Romani ai Babilonesi, dagli Arabi ai Normanni, dagli Svevi agli Angioini, dagli Aragonesi agli Spagnoli, dagli Austriaci ai Borboni; e pur trattandosi di dominazioni venute dall’est  e dall’ovest, e perfino dal nord, i Siciliani non si sono fatti mai assimilare da nessuno, accogliendo da esse apporti culturali e linguistici, senza mai perdere i loro tre caratteri distintivi di popolo, costituiti, come già notò Cicerone nel 1° secolo a.C. dall’intelligenza, dalla diffidenza e dall’umorismo.

 

Dominazione Greca

Dalla Grecia  ci rimangono intatti i sapori delle olive bianche e nere, in certe focacce, nella ricotta salata , nel miele dei fiori , naturalmente nei pesci, nell'Omerico agnello alla brace, ma soprattutto nel vino, il grande dono dei primi greci-sicilioti.

La pecora nasce come “agnidduzzu” , poco dopo diverrà “agneddu” per finire la sua vita come “agnidduni”. Il “muntuni” è invece il maschio della pecora che viene esclusivamente allevato per garantire una continuazione di razza.

Il “crastu” altro non è che l’agnello privato della sua virilità e destinato così all’ingrasso veloce in modo da sfruttarne le carni ancora tenere.

L’agnello in Sicilia è presente sia nella cucina popolare che in quella baronale e numerosissime sono le sue preparazioni: al forno, ripieno, alla brace, in tegame, in agrodolce, al sugo, ’abbuttunatu, con le fave verdi o con i piselli , ’aggrassatu’, con le patate ed in tanti altri modi.
Agnello deriva dal latino agnus,  cioè casto e innocente: per questo fu sacrificato a Dio.
In Sicilia si mangia durante la Pasqua per rinnovare la tradizione.

 


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