Da un articolo di Marco Guattari pubblicato su "Il Carabiniere" - marzo 1999
 Il teatro di Segesta, sul monte Barbaro
All'incirca negli stessi anni in cui i coloni greci fondavano nell'Italia meridionale Pithecusa e Cuma, le prime città della Magna Grecia, altri coloni greci si insediavano in Sicilia lasciando un'impronta memorabile, della quale sono rimaste testimonianze straordinarie ad Agrigento, Siracusa, Selinunte, Naxos.
Fu una Grande Grecia anche quella, sebbene l'appellativo di Megàle spetti unicamente a quella che si estese fra la Campania, la Calabria, la Basilicata e le Puglie.
Se si vuole cercare una differenza significativa fra le due colonizzazioni, occorre citare il rapporto diverso con le popolazioni trovate in loco al momento dello sbarco delle carrette che trasportavano sulle coste italiane gli emigranti del Mar Egeo. Nel continente la convivenza fu subito pacifica: gli indigeni si adattarono ai costumi degli invasori e furono presto assorbiti sia politicamente che culturalmente. In Sicilia, il processo fu molto più turbolento. Prima che arrivassero i Greci, l'isola era abitata da tre diverse popolazioni: i Siculi (originari, sembra, del Lazio) occupavano la regione orientale; i Sicani (autoctoni) erano insediati nella regione centrale; gli Elimi (provenienti dall'Asia) vivevano nella parte occidentale.
I Greci non furono accolti con entusiasmo. Un autorevole studioso della lingua e della civiltà greca, Paul Faure (accademico di Francia), si spinge al punto di chiamare in causa la mafia. "Si ricordi", scrive, "che la mafia è nata parallelamente a un movimento di resistenza allo straniero. In realtà, tale resistenza è antica quanto le lave fertili dei vulcani, ha un'anima, cento volti e le migliaia di braccia di quei contadini che disponevano solo di una stanza per tutta la famiglia, di un po' di terra in concessione e dell'acqua rigorosamente misurata per i loro canali d'irrigazione".
Faure ha le idee chiare in proposito: "Come rimproverare a Polifemo di essere inospitale quando era stato rapinato di tutto? Di vivere in solitudine quando era attaccato da gente che si muoveva in gruppo? Di essere monocolo e testardo quando per di più gli si accecava l'unico occhio?".
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La metope (in arenaria e marmo) del Tempio E di Selinunte che rappresenta la lotta fra Eracle e l'Amazzone. |
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Statuetta in bronzo anteriore al periodo ellenistico (Palermo, Museo Nazionale Archeologico). |
NAZIONALISMO Nel V secolo, i Greci di Sicilia dovettero fare i conti con una vera e propria insurrezione, di stampo nazionalistico (anticipatrice, per dar credito alle teorie dello studioso francese, di quella espressa cinquant'anni fa da Finocchiaro Aprile o da Salvatore Giuliano). La parte orientale della Sicilia fu messa a ferro e fuoco, ma alla fine quasi tutta l'isola finì per ellenizzarsi. Siculi, Sicani ed Elimi impararono a lavorare la ceramica, a scolpire il marmo, a costruire monumenti. Appresero anche l'arte della politica, che i tiranni delle colonie conoscevano a menadito (con il risultato di fare delle loro città un punto di riferimento per tutti i contemporanei). Siracusa era la città più popolosa del mondo: una specie di Città del Messico (più ordinata) o di New York (meno stressata) di venticinque secoli addietro. Agrigento era, invece, la città più ric ca: come oggi Los Angeles.
Riguardo al periodo precedente la colonizzazione greca, un grande storico dell'antichità liquida con poche battute l'argomento. Nella notte dei tempi, l'isola si chiamava Trinacria (che vuol dire "terra dei tre promontori"). Poi dal continente, racconta Tucidide (Storie), arrivarono i Siculi "che sconfissero in battaglia i Sicani, li cacciarono verso le regioni meridionali e occidentali del paese e fecero sì che la terra si chiamasse Sicilia e non Sicania". Secondo Tucidide, i Sicani erano stati i primi abitatori della Sicilia dopo i Ciclopi (cioè i compagni di Polifemo).
RICCHEZZA Le prime colonie greche in Sicilia datano intorno alla metà dell'VIII secolo avanti Cristo. Ma l'influenza greca s'era già fatta sentire da molto tempo. Tracce evidenti di contatti con la civiltà micenea sono state rinvenute negli scavi archeologici. E le leggende omeriche sul ritorno avventuroso di Ulisse a Itaca localizzano in Sicilia alcuni dei suoi incontri più significativi: con le Sirene, i Ciclopi, i venti delle Eolie, la ninfa Calipso che lo tenne prigioniero quando si trovava ad appena diciassette giorni di navigazione dalla patria.
Alla stessa epoca risale l'insediamento degli Elimi, che alcuni storici indicano come Troiani fuggiti dalla propria terra dopo essere stati sconfitti dagli Achei.
L'emigrazione greca nell'isola - come s'è detto - è contemporanea a quella nel meridione d'Italia. E molto simile quanto a fisionomia degli invasori. Anche qui arrivarono giovanotti soli, che avevano lasciato le donne in patria e cercavano fortuna. Spesso si trattava di figli cadetti (che non potevano usufruire dell'eredità paterna), talvolta di malandrini che preferivano la fuga alla prigione, talaltra di giovani animati da un serio spirito d'avventura e dalla speranza di trovare un Paese più vivibile di quello che si lasciavano alle spalle.
In Sicilia (come nella Magna Grecia) dettero prova di assoluta indipendenza dalla madrepatria, con la quale si trovarono a più riprese in conflitto. E da Atene e Sparta - che mantennero nel tempo abitudini e costumi più rigorosi dei loro cugini - non mancarono giudizi feroci sul "dirazzamento" degli esuli. Platone, filosofo austero e bacchettone, deplorava che i coloni di Sicilia fossero "impegnati a riempirsi il ventre di cibo due volte al giorno e a non dormir mai soli la notte". Questo genere di giudizi, peraltro, era condiviso da qualche emigrante più severo. Empedocle, per esempio, pur essendo agrigentino, non esitava a condannare i suoi concittadini perché "mangiavano come se avessero dovuto morire il giorno dopo" riconoscendo però che "costruivano come se non avessero dovuto morire mai".
Gran gaudenti, dunque, dediti alla bella vita, ma preoccupati anche di renderla bella ai loro figli e nipoti. Che costruissero templi e palazzi poteva apparire come un eccesso di ottimismo a Empedocle, ma non ai posteri che hanno avuto modo di apprezzare la magnificenza architettonica di quelle città.
I resti dei templi di Agrigento, di Siracusa, di Selinunte sono un patrimonio di tutta l'umanità. Come spesso accade ai contemporanei, Empedocle aveva preso una mezza cantonata, mosso probabilmente dal timore (legittimo) che i suoi compatrioti si montassero la testa.
 Il Tempio di Segesta, su una collina a 300 metri di altitudine.
Vero è che tutte le colonie greche in Sicilia vissero - in particolare fra il VI e il V secolo prima di Cristo - un periodo di straordinario splendore e di invidiabile ricchezza sia materiale che artistica. Ci fu un momento, nel V secolo, in cui le stesse città della Grecia si trovarono in una condizione di dipendenza nei confronti di Siracusa e di Agrigento: qualcosa di paragonabile a quel che è accaduto in questo secolo nei rapporti fra l'Europa e l'America, con i vecchi coloni divenuti molto più potenti dei loro antenati. E anche allora (esattamente come è successo cinquant'anni fa nella Seconda guerra mondiale), la madrepatria chiese aiuto ai coloni temendo di essere schiacciata dal nemico. Accadde quando i delegati greci si rivolsero a Gelone, tiranno di Siracusa, sollecitando un suo intervento perché li aiutasse a sconfiggere i Persiani di Serse. Gelone, che poteva disporre di una flotta di duecento navi pretese il comando supremo; Ateniesi e Spartani, che non potevano accettare l'idea di prendere ordini da un parvenu, risposero no, e se la cavarono egregiamente da soli sconfiggendo il nemico a Salamina, Platea e Micale.
LE GUERRE Correva l'anno 480 avanti Cristo. La baldanza di Gelone si ritorse contro i Siracusani. Le altre colonie siciliane, infatti, si resero conto che Gelone stava diventando una minaccia per gli equilibri interni dell'isola. Selinunte, Reggio e Imera si allearono con i Cartaginesi, chiedendo loro di ridimensionare le ambizioni di Siracusani e Agrigentini. Poche settimane più tardi sbarcò in Sicilia un'orda al comando di Amilcare che pose sotto assedio Agrigento. Gli assediati chiesero soccorsi a Gelone che, alla testa di 10mila cavalieri e 50mila fanti, colse di sorpresa il generale punico. Fini in un bagno di sangue. Gli africani, per resistere all'urto, s'erano incatenati scudo a scudo, ma furono ugualmente travolti. Amilcare (che - come tutti i Cartaginesi - aveva un altissimo senso dell'onore) si buttò nelle fiamme del rogo da lui stesso acceso per cremare i corpi dei suoi uomini.
Gelone fu venerato dai suoi concittadini come un eroe invincibile. Selinuntini e Imeresi s'affrettarono a firmare la pace. E per settant'anni la Sicilia non fu teatro di altre guerre. Nel 474 Gelone inviò una flotta nel golfo di Napoli dove inflisse una sonora sconfitta agli Etruschi. Forte di questi successi militari, Siracusa divenne la città più potente della Sicilia e una delle più potenti del Mediterraneo. Settant'anni più tardi, alleata di Sparta contro Atene, ottenne un'altra memorabile vittoria. Ma poi ci fu, fatalmente, la resa dei conti con i Cartaginesi. Sbarcò in Sicilia un esercito composto di decine di migliaia di uomini, agli ordini del nipote di Amilcare, assetato di rivincita: si chiamava Annibale, come il condottiero che due secoli più tardi avrebbe sconfitto i Romani sul Trasimeno e a Canne, figlio a sua volta di un altro Amilcare. I Cartaginesi non avevano molta fantasia riguardo ai nomi. In pochi giorni Annibale di Gisgone mise a ferro e fuoco Selinunte, radendola al suolo prima che arrivassero i sospirati soccorsi da Siracusa. Vecchi e bambini furono trucidati nelle strade, le donne e le fanciulle furono oltraggiate dalla soldataglia per diversi giorni.
Agrigento rischiò di subire la stessa sorte. Merita di parlarne, perché, nei settant'anni precedenti, s'era trasformata nella più bella città siciliana. Sotto i tiranni Terone e Trasideo erano sorti cantieri dovunque, con la costruzione di gran parte dei templi che ancora si possono ammirare. L'Olympieion era il più grande edificato fino ad allora nel mondo classico. Ecco la descrizione che ne fa Valerio Manfredi, illustre topografo del mondo antico e studioso della civiltà greca: "Aveva un muro perimetrale anziché un colonnato da cui sporgevano semicolonne verso l'esterno e pilastri quadrati verso l'interno. Il perimetro di ogni pilastro era di sei metri. Secondo le ricostruzioni più accreditate (ma restano ancora molti dubbi in proposito) nello spazio fra una colonna e l'altra, a due terzi circa dell'altezza del muro, si ergevano, da basamenti inseriti nel muro stesso, dei giganti di pietra alti 5 metri in atto di reggere sulle spalle la trabeazione del tempio. Sui due frontoni erano rappresentate una gigantomachia e la presa di Troia".
Al centro della valle era stata ricavata una piscina che accoglieva le acque reflue delle fonti cittadine (aveva un perimetro di quasi un chilometro: era piena di pesci e di cigni). Doveva essere uno spettacolo straordinario.
Quando gli Agrigentini ebbero notizia della ferocia con cui i Cartagínesi avevano massacrato gli abitanti di Selinunte decisero di rinunciare a dífendersi. Evacuarono la città cercando una via di fuga. Gli andò bene, nel senso che la maggior parte di loro salvo' la pelle. Quanto alla città, ci vollero anni per ricostruire il ricostruibile.
ROMANI La forza distruttiva dei artaginesi s'infranse contro le fortificazioni di Siracusa. In un paio di mesi i cittadini avevano compiuto un autentico miracolo, costruendo bastioni e muraglioni che si rivelarono insuperabili per i Cartaginesi che - oltretutto - furono decimati da una pestilenza.
 Maschera teatrale di efebo del II secolo (Lipari, Museo Archeologico Eoliano).
Trascorsero cent'anni prima che un altro Amilcare si riaffacciasse alle porte di Siracusa, governata allora da un altro tiranno, di nome Agatocle. Ancora una volta i Cartaginesi furono respinti. Siracusa capitolò soltanto quando (alleata stavolta di Cartagine) fu assediata dai Romani, nel 211 avanti Cristo.
Morì, in quei giorni, Archimede, genio e scienziato che aveva studiato macchine da guerra straordinarie per difendere la sua città. Un secolo e mezzo più tardi Cicerone compì una ricerca archeologica personale per individuarne la tomba.
USI E COSTUMI Molti studiosi concordano nel ritenere che il livello di civiltà delle colonie greche in Sicilia non ebbe paragoni in quei tempi. Coltivavano un senso religioso profondo, con una forte propensione per il mistero. L'isola era disseminata di templi e santuari. Molti luoghi sacri nascondevano baratri e caverne nei quali venivano gettate le vittime sacrificali o gli uomini che si fossero resi responsabili di crimini particolarmente gravi. I tiranni avevano spesso una sinistra predisposizione per le torture. Il culto dei morti era accompagnato da cerimonie lugubri.
Per contrasto, i Greci di Sicilia erano belli ed eleganti, snelli e muscolosi. Praticavano moltissimo sport, allevavano (ad Agrigento) cavalli di razza. I ragazzi imparavano a combattere nudi, con il corpo cosparso di olio e di polvere, a correre armati, a lottare a pugni, a lanciare il giavellotto. Erano addestrati alla guerra, oltre che allo sport. Le fanciulle lasciavano presto le bambole, o le altalene, per imparare la danza. Facevano il pane, tessevano i vestiti, lavavano la biancheria, portavano pesi. La loro educazione era più vicina a quella spartana che a quella ateniese. Anche se Platone ed Empedocle li accusavano di esser dediti alla gozzoviglia, la verità era sostanzialmente diversa: i ricchi e le classi agiate amavano il vino e la cucina, ma gli eccessi erano rari e rappresentavano l'eccezione rispetto a una vita quotidiana che era di ben altro tenore. Dei mollaccioni viziosi e debosciati non avrebbero retto la scena, come protagonisti nel Mediterraneo, per tre secoli abbondanti.
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